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NFR 26-14

Foto di Luca Centola

Fino al 30 luglio è in corso a Matera “Nessuno resti fuori“, un festival che i suoi bravissimi organizzatori definiscono di teatro, città e persone.

In questo loro tentativo di coniugare tre temi potentissimi, ho avuto il piacere di partecipare a una chiacchierata con Gigi Gherzi e Alessandro Argnani e Alessandro Renda del Teatro delle Albe.

Abbiamo parlato di città, eresie, bambini, infanzie.

Abbiamo parlato di teatro, linguaggi, persone.

E siamo stati bene.

Avevo recuperato/aggiornato un documento nato nelle prime passeggiate urbane de La Luna al Guinzaglio e utilizzato per costruire un piccolo rituale collettivo prima di mettersi in cammino nella città.

Si tratta di un elenco di pensieri sulla città, contro ogni tentativo di ricondurre a un pensiero sistemico una dimensione così complessa. A questi si sono aggiunti alcuni pensieri sparsi sull’essere eretici oggi. Sono debitore di molti pensieri sbocciati a Michel De Certeau.

Nell’impossibilità di leggerlo ieri, lo condivido in questo spazio.

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Transiti / Alto Basento

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L’anno scorso il festBook del Festival della Letteratura di viaggio 2015 ha ospitato un mio testo dedicato al territorio lucano dell’Alto Basento. E’ un testo nato nell’ambito di un progetto di promozione del territorio realizzato con Antonio Bruno, un mio amico di sempre.

Alto Basento 

Lungo la strWP_20160622_09_44_20_Proada Basentana svettano alcuni paesini lucani. Più aria che mondo. L’indice delle chiese madri a segnalare il divino. È la Basilicata turrita. Un diario dello sguardo. La visione che dialoga con lo spazio.

Questo luogo si chiama Alto Basento. È uno stare a testa in su. Come per dire si alla pioggia. E al destino. Albero, cielo, montagna, casa. E il vento a correre.

 

L’Alto Basento è la straordinaria scuola delle cose semplici. Il quotidiano promosso al mistero.

Vi abitano le Dolomiti Lucane, segni inspiegabili. Slanci d’arenaria figli del terremoto. L’ululato della pietra. Nel saltare hanno incontrato l’acqua e il vento. E sono diventate giochi. Tratti umani, animali. Capricci di torri, di archi, di caverne, di guglie, di lame, di gole che precipitano nel rio Caperrino.

D’inverno la Montagna perde neve dal naso. Gli spazi precipitano a occhi chiusi. È il viaggiatore a doverli sostenere. Deve avvinghiarsi alloWP_20160622_09_43_45_Pro sguardo come il ciclista al suo manubrio.

Il paesaggio è nudo. Tutto silenzio e trasparenze. Profondi versanti, pareti rocciose ripidissime, guglie monolitiche, scarpate, valloni. In fondo si avventurano striminziti torrenti. Tra queste essenze fuori dalle misure, resti di antiche città catapultano la storia della Basilicata indietro di millenni.

Il salto dei campanili decide le periferie dell’abitabile. I paesi sono cappelli di luce sulla nuca della montagna. Nascono dalla pietra, nella pietra. Sono di pietra pure loro. La natura da una parte. L’uomo che la prosegue dall’altra. Un inno da dedicare alla bellezza. Una bellezza tremenda. Anche i vicoli sono case. Quasi atri, quasi salotti. Quasi corridoi. In punta di piedi se ne attraversa il silenzio come un tenue filo di memoria sfilatosi allo scialle delle magiare. Alle spalle si ricuce il rosario dei camini.

Questa terra è una protesta contro la vita di laboratorio. È la piacevole costrizione a ricordare che il mondo ci circonda. E chi pregava soffocato perché s’aprissero al vento le finestre, ora trova soltanto l’Aperto.

E dentro l’Aperto, il viaggio.